Mettiamo prima la Sardegna

Né centro, né destra, né sinistra.


Il quotidiano a maggiore diffusione in Sardegna sta meritoriamente informando e sensibilizzando i suoi lettori affinché prendano coscienza del problema che comporta l’occupazione militare di ampie parti del nostro territorio. Questo è l’editoriale di oggi del direttore:

«Chiedere di ridiscutere le servitù militari in Sardegna – allargando il discorso a tutte le porzioni di territorio coattivamente sottratte alle nostre città, ai nostri paesi, alle nostre campagne – non significa né essere antimilitaristi né venire meno al sentimento di solidarietà nazionale.
Ma la solidarietà, come la lealtà, funziona solo quando c’è reciprocità. Nel caso dei contrastati rapporti tra Stato e Regione la solidarietà sta diventando a senso unico, fino a tramutarsi in qualcosa che somiglia molto al colonialismo.
Si tratta di un dato di fatto che per troppo tempo è stato trascurato dall’opinione pubblica sarda e che è stato, nella migliore delle ipotesi, tollerato da una classe politica a volte miope, a volte debole, a volte connivente. La battaglia sulle servitù militari è un avamposto di “ribellione” contro tante ingiustizie che la Sardegna si trova a subire da decenni, ancora di più da quando la crisi economica e finanziaria ha mandato a gambe per aria i conti dello Stato.


La torta è diventata improvvisamente più piccola e la fetta destinata alla nostra Isola è microscopica. Meno lavoro, meno tutele, più disoccupazione (non solo giovanile) e un più alto senso di insoddisfazione e di ingiustizia. Così nasce il malessere che ci fa vedere ancora più grave l’inspiegabile occupazione militare di tanto territorio sardo, con un evidente sbilanciamento nei confronti delle altre regioni italiane. Ma le ingiustizie non finiscono certo qua e riguardano molti aspetti della nostra vita quotidiana: il costo dell’energia, il diritto alla mobilità e la sostanziale esclusione da tutte le decisioni che ci riguardano, a prescindere dalla Giunta che è chiamata a guidare la Regione.
Certo, non è detto che se fossimo più autonomi, più sovrani e più indipendenti le cose andrebbero meglio. La nostra classe politica, nell’esercitare le prerogative che lo Statuto assegna alle nostre istituzioni autonome, ha dato in più di una circostanza (anche recentemente) prove di non grande lucidità, scegliendo a volte la strada del clientelismo e della spesa pubblica facile.
Ma è sempre meglio coltivare la speranza che le cose possano cambiare, in meglio. Che un intero popolo possa finalmente mobilitarsi per essere padrone del proprio destino, invece di continuare – come da secoli fa – ad accettare supinamente le scelte che vengono compiute da pochi, spesso arrivati da oltre Tirreno.

È per questo che la manifestazione di sabato prossimo a Capo Frasca (13 Settembre 2014), al di là di qualche accento esagerato da parte di alcuni degli aderenti (i sardi sono anche bravissimi a differenziarsi tra loro e sempre più specializzati in “benaltrismo”), assume un importante connotato simbolico. Una forte, ordinata e trasversale presenza dimostrerebbe a tutti che la Sardegna c’è ed è sveglia. Che c’è e vuole tornare a essere protagonista del proprio futuro. Che ha capito che solo mostrando una tenace determinazione può ottenere di essere ascoltata da chi deve prendere decisioni. Sulle servitù militari come sulle trivellazioni, sul costo dell’energia come sul diritto alla mobilità.
Non esserci e far fallire la mobilitazione significherà prendersi una bella responsabilità. È per questo che noi sosteniamo questa pacifica protesta. Lo facciamo perché il primo giornale della Sardegna, pur restando laicamente fuori dai giochi della politica, non può esimersi dall’impegnarsi per quello che crede essere il bene della sua terra.
Non siamo contro i militari, ma contro i Comandi che cercano di nascondere la verità su quel che accade dentro i poligoni. Aderiamo alla manifestazione perché riteniamo che lo Stato sia inadempiente nei confronti della Sardegna e non certo perché sosteniamo che la colpa di quel che accade è dell’attuale Giunta regionale. Ci limitiamo a chiedere al presidente Pigliaru di essere al fianco dei sardi che mostrano disagio. E alla classe politica che in Sardegna fa riferimento a partiti italiani di dimenticare questa colleganza e i richiami che da Roma possono arrivare, come sempre sono giunti nell’ultimo cinquantennio, ogni volta che il tema è stato posto.
Torniamo a mobilitarci dopo il precedente del “No alle scorie” del 2003, quando sapemmo mostrarci in sintonia col popolo sardo e quando, tutti assieme, rispedimmo al mittente il progetto del governo Berlusconi, che voleva realizzare nell’Isola il deposito unico del materiale nucleare di scarto.
Per una volta cerchiamo di non essere di destra, di sinistra e di centro. Cerchiamo di essere anzitutto sardi, mettendo prima la Sardegna.»

Anthony Muroni
Direttore de L’Unione Sarda
Martedì 09 Settembre 2014

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