Il glorioso carnevale di Mogoro – parte II

[Se ancora non l’avete letta, trovate la prima parte qui]


[Ritengo opportuno parlare del carnevale come evento culturale legato al divertimento e alla sregolatezza in tutte le sue sfumature, ma mi voglio soffermare ancor di più su quanto possa arricchire personalmente.
Il fatto di dover creare un impianto scenografico, sul rimorchio di camion in un mese circa, fa delle persone coinvolte una vera e propria Tribù.
Tutti a immedesimarsi nel tema trattato, a creare, inventare, scontrandosi giorno e notte con centinaia di problemi da risolvere ma vivendo allo stesso tempo ciò che di più importante l’uomo riconosce come motivo fondamentale della sua esistenza: la collettività.
Squalifico personalmente i carnevali di alcuni paesi dove i partecipanti ai carri sono invitati a farsi fare il costume dalla sarta indicata dai padroni del carro, pagando le somme dovute, per ottenere così 400 maschere tutte uguali.
I giorni della sfilata si ammassano l’uno sull’altro per formare un gregge di pecore. Al ritmo di musiche nauseanti e assordanti, invasati da droghe oppure alcool, che spesso non reggono, si agitano convinti di fare un buon carnevale. Pensano di far colpo sul pubblico che non riesce mai a capire cosa ci sia di tanto divertente nel vedere 400 persone che danzano, ognuno per conto proprio, divertendo così essi stessi, ma essendo distanti anni luce da ciò che in qualche modo dovrebbero rappresentare.
I loro esempi sono probabilmente i carri di Rio de Janeiro dove invece, oltre ai pupazzi, ci son le scuole di Samba e i partecipanti si sfidano all’ultimo ballo. Come abbiamo modo di vedere in TV, donne e uomini, scolpiti nel fisico dal duro lavoro che è appunto fare il ballerino, si esibiscono in coreografie allucinanti con i loro costumi eccezionali.
Ecco perché non mi sembra il caso di proporre sempre le solite discoteche ambulanti, tutte uguali.]

1989
Non avevo mai mangiato tanta carne di pecora come in quel carnevale!
Circa un mese prima dell’evento vennero a casa di mio padre alcune persone a cercarmi per chiedere se mi sarebbe piaciuto partecipare, in qualità di sonadori di fisarmonica, al carro che queste persone avevano intenzione di allestire da lì a poco. Io spiegai che nonostante avessi in casa una fisarmonica non sarei stato in grado di eseguire veri e propri balli sardi, riuscivo a malapena a metter su qualche canto (mutetti, trallallero, tararaririolla) ma a loro andava bene lo stesso. Fù così che incominciò per me, sedicenne, un’altra avventura carnevalesca che mi tenne impegnato molte giornate nell’allestimento del carro Su Tundidroxiu, dove l’età media dei partecipanti era di circa 40 anni.

Mogoro riuscì a fare in quell’anno dei carri e dei gruppi di maschere degni delle migliori sfilate. Il carro vincitore fù realizzato da coloro che l’anno prima si aggiudicarono lo stesso primo premio con Su Magasìu, ovvero dalla cricca dei Tirati, come loro stessi si erano battezzati per indicare il loro modo di essere (qualcosa come fighi, azzardati o, probabilmente, pregevoli).
L’anno raggiunsero il massimo costruendo una grossa imbarcazione, una nave, La nave dei Tirati! Un galeone perfetto, dove salendo ti accorgevi di quanto fosse rifinito e funzionale, con tanto di stiva, vele, scalinate… che ti facevano capire quanto duro lavoro costò a questi stupendi ragazzi realizzare un opera d’arte del genere! È doveroso ricordare che nelle comitive dei ragazzi di 20 anni fa, era facile trovare operai specializzati che sapevano realizzare ingegnose creazioni grazie al fatto che i mestieri loro erano appunto: falegname, ferraiolo, saldatore, muratore, ed altre arti che sopravvivono ancora oggi ma non alla portata di tutti se facciamo un paragone generazionale, e i motivi li conosciamo.
Durante il periodo degli allestimenti dei carri rivali Su Tundidroxiu e La nave dei Tirati ci si faceva spesso visita l’un l’altro per incoraggiare i lavori, pensando che alla fine dovevamo essere uniti per un bene comune: il carnevale del nostro paese! Sarebbe stato sciocco manifestare intolleranza, gelosia o altro, dopo i festeggiamenti saremmo tornati alla vita di tutti i giorni, e non aveva senso prendersela troppo, ciò nonostante la sfida era aperta e l’adrenalina era alle stelle. Ogni giorno si andava ad allestire il carro, e a sera inoltrata l’obbiettivo era sempre lo stesso: andare a cena assieme ai propri compagni nella vecchia falegnameria di Vincenzo Serra (Ballanzìu) in via Nuova, nell’attuale macelleria di Bruno e Valentino. Il menù era sempre lo stesso: pecora, pecora, pecora… andava benissimo!
Conobbi tanti adulti e per me tutto ciò era motivo di orgoglio. Il nostro carro era una sorta di ovile o stazzu con baracca annessa, pentolone acceso per fare il formaggio, e altri rudimentali rivestimenti (frasche, lentischio e altro).
Non mancavano di certo le pecore che con abilità vennero tosate durante le sfilate da mani capaci. I personaggi rappresentavano pastori, contadini, massaie, trasportatori di latte e la nostra mascotte, un asino di nome Barralliccu.
Avevamo addirittura l’abigeato che verificava la provenienza e la regolarità del bestiame trasportato, naturalmente nascevano delle collutazioni fra proprietari e forze dell’ordine, e la gente rideva! A fine sfilata purtroppo c’era sempre qualche pecora che non stava bene a causa di qualcuno che sbronzo fino al midollo cadeva addosso a loro e che io ricordo di aver visto bene. Ma non c’era da fare troppi drammi, quelle pecore avevano i giorni contati ugualmente, erano state selezionate per esser mangiate al più presto perché ormai vecchie. Certo che non era bello vedere che le vere bestie sopra il carro avevano due soli piedi e non quattro, ma a fine sfilata i macellai di professione presenti nel gruppo risolvevano il problema con i ferri del mestiere, garantendo per l’indomani altra carne di pecora da consumare tutti assieme!
Che volete che vi dica, giusto o no funzionava così e io avevo solo 16 anni, pochi per far l’avvocato difensore dei poveri ovini.

Dopo le sfilate mogoresi sia noi che i Tirati partecipammo al raduno dei carri che si tenne a Sanluri con oltre 40 carri provenienti da tutto il campidano. Indovinate un po’?
Primo posto per i Tirati, e secondo per noi, su Tundidroxiu!
Mogoro aveva trionfato!
Fu premiata dalla giuria la bellezza indiscussa dei carri, ma fu premiata anche l’abilità goliardica del riuscitissimo Teatro in Strada da cui, a quanto pare, noi mogoresi siamo affetti!


Continua qui

Nicola Melis

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