di Fatti e Fate


Non tanto tempo fa, nelle scuole elementari di un paesino della Sardegna, uno dei temi proposti dalla maestra fu il seguente: “Racconta una storia immaginaria“.

Era una giornata uggiosa, il cielo era coperto e il vento soffiava in modo fastidioso. Caterina, tutta occhiali e lentiggini, si mise d’impegno. Una coda di cavallo le raccoglieva i capelli ed evidenziava le sue guance paffutelle. Non amava la geometria e neanche la matematica, ma era risaputo che fosse una bambina fantasiosa. Una volta si abbarbicò su un albero a spiare la luna e ci rimase delle ore; adorava i cruciverba e sferruzzare con la lana. Non le importava di non saper fare bene le divisioni o se non capiva appieno le frazioni: a lei piaceva scrivere. L’ortografia era incerta e saltava all’attenzione di chi correggeva il suo compito qualche doppia di troppo e qualche virgola in meno. Comunque sia alla maestra il suo tema piacque tantissimo. Lo lesse lei stessa ai suoi alunni e tutti ne apprezzarono la stravaganza, qualcuno rise e qualcun’altro prese in giro Caterina, ma se Luca e Giovanni raccontarono di rospi che gracidano sotto il loro letto e di princìpi che duellano nel giardino di casa, la storia inventata dalla bambina era questa…

Il nonno di Caterina faceva il pastore e si sa che nessuno più dei pastori conosca bene il territorio della propria zona. Ogni anfratto, ogni albero, ogni pozzo. Ne conoscono fattezze, dislocazione precisa e bellezze. Primi a godere delle primizie del territorio, dai funghi agli asparagi, dai fiori profumati alle erbe aromatiche, portano sulle spalle questo sapere sconosciuto ai cittadini tra silenzi e solitudini.

Un bel giorno di primavera il nonno decise di portarla in un posto lontano. Il percorso iniziava nelle curve che risalgono dal bivio e portano sino al paese. Il nome in sardo della località non se lo ricordava proprio, ma sapeva benissimo di aver camminato a lungo, superato macchia mediterranea e nuraghi dimenticati dal tempo, rigoli d’acqua, tane di volpi e nidi di falchi. Sapeva di essersi inerpicata tra la vegetazione fitta, corbezzoli, lentisco e ginepro. Le farfalle erano in festa e i campi di margherite erano ben sdraiati al sole ad illuminare ancor di più la giornata mentre il cielo azzurro rifletteva le loro mosse. Camminarono ancora a lungo. Caterina era stanca ed assettata, ma il nonno la incoraggiò.
“Vedrai che ti piacerà, è un posto magico!”.

E così fu.

Si trattava di un’abitazione all’interno di una roccia. Un cunicolo di qualche metro li conduceva dentro la prima stanzina, da qui poi ce n’erano delle altre collegate tra loro, tutte minuscole e colorate di un bel rosso porpora. “Sono case delle fate, ti pacciono?”. La risposta la si poteva leggere negli occhi di Caterina illuminati dalla gioia. Sorrise un pò all’idea che potessero abitarci delle creature straordinarie, pensava che si trattassse della fantasia del nonno. Invece dovette dargli ragione. Da una delle stanze, illuminate dapprima solo dalla loro pila sgangherata, uscì una piccola ragazzetta che rischiarò tutt’intorno. I capelli castani, morbidi e profumati, gli occhi da cerbiatto e la pelle bianca e lucente con dei riflessi argentati. Ne arrivò un’altra e un’altra ancora, vestite di lino e fili d’oro. La bocca di Caterina si spalancò dallo stupore e non riusciva a distogliere lo sguardo dalle loro movenze, dai loro abiti e dai loro piedini scalzi ed eleganti. Anche le fate la guardarono a lungo. La circondarono, controllarono i suoi vestiti, il suo orologio e i suoi stivali consunti. Fu felice! Fu come stare in un altro mondo, ma senza paura alcuna.

Pare che il nonno, dal giorno che scoprì questo posto magico, portasse sempre le sue poche pecore a passare la notte al riparo dalle gelate invernali e dai predatori notturni e che poi, all’indomani, arrivasse al mattino per portarle a pascolare. Caterina era entusiasta. Le fate cominciarono a farle mille e una domanda e le raccontarono qualche dettaglio della loro vita clandestina. Ultime rimaste tra le creature straordinarie della Sardegna, esistevano in quelle zone da tempi remoti trasferendosi di casina in casina. Questa era tra le loro preferite. Si facevano vedere solo dai pastori, ma non tutte erano brave. Loro li proteggevano e ne illuminavano la strada nelle notti senza luna. Alcune però erano malvagie e si divertivano a mettergli paura con canti fastidiosi e tiri mancini. Questo avveniva perchè purtroppo l’uomo era responsabile della perdita dei loro poteri. Cambiamenti climatici ed inquinamento avevano causato la scomparsa da questi territori di due uccellini che da sempre gli rifornivano poteri superiori. Su ghiri scraxiu arrubiu, un volatile allegro e minuscolo, che non si vedeva più da quelle parti da decenni, dava loro il potere di spostarsi magicamente da una abitazione all’altra evitando la possibilità di essere viste da qualcuno; mentre s’acciappa muscasa, con il suo nido a mò di calza velata, dava loro la possibilità di proteggere chiunque si trovasse in un periodo di cambiamenti e transizione.

Caterina osservò con attenzione le meraviglie delle loro casine. Al centro del pavimento di pietra, delle coppelle contenevano polveri colorate e metalli preziosi, nelle pareti cerchi concentrici adornavano di rosso e nero tutto quanto e un buon profumo di ambra era sparso dovunque. Il soffitto pietroso imitava un tetto e le stanzine concentriche parevano un labirinto dove preferì non inoltrarsi.

Qualche mese più tardi, la brutta malattia che attanagliava il nonno da lungo tempo, alla fine se lo portò via. Caterina pianse di continuo, senza mai fermarsi, per tre giorni e tre notti.

Alla maestra, viso spigoloso e capelli biondicci, il tema piacque così tanto che cominciò a pensare che non si trattasse di sola fantasia della bambina, ma che in un certo qual modo il suo racconto potesse corrispondere a verità. Molti elementi facevano pensare senza rimedio alle numerose domus de janas rinvenute in buona parte della Sardegna, ma non nel territorio di questo paese. Si poteva benissimo ipotizzare la presenza di preziose casupole nelle campagne circostanti, delle quali mai nessuno dei locali viventi seppe nulla. O perlomeno poteva essere verosimile che nessuno volle parlarne mai, portando con sè il segreto sino alla tomba. L’immaginazione della maestra cominciò a volare alto. Sarebbe stata una scoperta di grande eco. Avrebbe potuto lei stessa dirigere i lavori di restauro, sfrutttare l’ultima legge Regionale in materia di finanziamenti per gli scavi archeologici e fare del suo paese, da sempre dedito all’agricoltura e all’allevamento, una perla del turismo culturale sardo. Avrebbe anche potuto fare un gran figurone con il sindaco e tutta l’amministrazione comunale, per non parlare dei complimenti che avrebbe ricevuto dai suoi concittadini! Archeologi di varie università sarebbero accorsi ad approfondire gli studi preistorici sulle civiltà del Mediterraneo.

La maestra si intestardì a tal punto che dopo innumerevoli domeniche trascorse a percorrere diverse località che potessero avvicinarsi a quella descritta da Caterina, alla fine, con un taglio sul gomito e un bernoccolo sulla fronte, riuscì a trovare la roccia preziosa. Si trattava dunque di domus de janas. L’oralità popolare vuole che ad abitarci siano delle fate, ma in realtà gli archeologi non hanno alcun dubbio: si tratta di tombe di età prenuragica in cui venivano deposti cadaveri e avevano funzione sacra. Tombe prenuragiche rimaste intatte per secoli e secoli. C’era soltanto da richiamare l’attenzione della stampa e della Regione Sardegna tutta intera.

Tutto il resto che la fortunata maestra sognò ad occhi aperti prima dell’importante scoperta avvenne sul serio nel giro di qualche anno. Si costruirono centri di accoglienza e si preparò il paese, con incontri e conferenze, ai benifici che le domus de janas avrebbero apportato.

Ma le fate? Nessuno le vide mai. Fu per questo che si pensò che parte del racconto di Caterina fosse davvero inventato. Forse le tre creature si persero nell’indelicatezza degli archeologi e nelle campagne elettorali dei politici, nei ragazzini svogliati guidati da professori incuriositi dai dettagli, nei rumori assordanti ai quali non erano abituate.

Caterina vi riandò per conto proprio, ma neanche lei potè vederle e pianse per tre giorni e tre notti.

Un giorno speciale però capitò un fatto strano. Era un periodo di cambiamenti fisiologici per lei, si apprestava a lasciare il mondo dell’infanzia per entrare a far parte di quello degli adulti. Un pomeriggio, quando si trovava vicina alle curve che si inerpicano verso il paese, si fermò un attimo a godere del panorama e tra le fronde degli arbusti, tra il mirto, il rosmarino egli asfodeli potè notare un esemplare di ghiri scraxiu arrubiu e non molto lontano intravide tra gli olivastri una coppia di acciappa muscasa. Li riconobbe subito ricordandosi delle descrizioni fattele dalle sue straordinarie. Una gioia fortissima le invase lo spirito e non le ricapitò mai più di piangere per tre giorni e tre notti, consapevole che da qualche parte in quei territori fossero ancora presenti le fantastiche janas.

flogabry
novembre 2013

[L’illustrazione è di Alice Cirronis]

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