L’Arbitro visto per voi dai mogoresi

Senza voler rovinare la visione del film con indebite anticipazioni vi vogliamo raccontare le nostre impressioni sul film L’Arbitro.
Eccovi quattro recensioni-riflessioni, se volete aggiungere la vostra scrivete nei commenti o mandate una email. Buona lettura e buona visione.


l'Arbitro

Sono andata a vedere L’Arbitro sapendo che il film era stato girato in Sardegna ma senza essermi informata sulla trama né aver visto il trailer.
Per questo allo spegnersi delle luci in un’affollatissima sala di Santa Giusta ho avuto delle gradite sorprese.

Dal primo fotogramma ho riconosciuto all’istante l’inconfondibile campagna sarda e successivamente sono stata ancora più contenta di scoprire, inquadratura dopo inquadratura, che la pellicola è stata girata in gran parte a Seneghe. Mi ha fatto particolarmente piacere riconoscere degli scorci di un paese a me molto caro in cui ho abitato per un lungo periodo. Ma soprattutto mi sono accorta di quanto i nostri piccoli paesi siano già di per sé scenari perfetti in cui ambientare un film, con i loro vicoli stretti, le case dai muri di basalto tipiche della zona del Montiferru, così come l’aspra bellezza dei paesaggi naturali dell’omonimo monte. Non c’è quindi stato bisogno di allestire scenografie fasulle, ma semplicemente cogliere l’atmosfera già presente e amplificare la sensazione di realismo così come ha scelto di fare il regista Paolo Zucca girando in bianco e nero.

Per quanto riguarda il cast ho visto attori molti bravi a credibili, comprese le comparse del luogo, come ad esempio la vecchietta tifosa sfegatata della squadra del Pabarile, che ha strappato delle risate fragorose al pubblico presente. E personalmente mi ha suscitato anche un po’ di tenerezza nel vederla rappresentare con la sua performance, la figura delle nonnine sarde, forti e determinate come noi le conosciamo. Oppure anche l’allenatore della squadra avversaria, un tronfio uomo panciuto che non si rassegna alle vittorie degli storici nemici, è un personaggio interpretato molto bene. Non posso non nominare Benito Urgu, Geppi Cucciari e Stefano Accorsi, ma la loro bravura è roba già nota.

Un altro elemento del film che ho gradito e che ha reso il film esilarante, a parte ovviamente la trama in sè, è stato l’uso di numerose frasi in sardo. Modi tipici di dire, linguaggio quotidiano, ma anche esclamazioni volgari e colorite che hanno un significato diretto e inequivocabile molto più che la traduzione in italiano.
Come ben sappiamo i sardi non usano preamboli e abbellimenti nelle loro esternazioni, a volte talmente forti da sembrare esagerate. Trovo che sia proprio merito dell’aver inserito nella pellicola questo modo di parlare assolutamente veritiero se il risultato è un taglio così comico ma che non cade mai nella parodia, a volte offensiva, di ciò che è il tipico sardo. Un rischio quindi fortunatamente evitato.

Non so in effetti quanto possa arrivare di questo umorismo “di nicchia” al pubblico oltremare, ma credo di non parlare per campanilismo se dico che il film è una sapiente combinazione di leggerezza e vivacità, unite a una trama interessante e mai banale. Per ora la pellicola è stata presentata alla mostra del cinema di Venezia , per cui a breve sapremo se in continente avrà lo stesso apprezzamento che ha avuto qui da noi.

 L’unica pecca, ma ovviamente è un parere personale, l’inserimento nella storia di una piccola sottotrama che racconta del conflitto tra due pastori per delle questioni di bestiame. Insomma la classica faida, in misura ridotta, che siamo abituati a vedere nei film girati nella nostra terra, nei quali veniamo ancora dipinti come balenti, avvezzi alla violenza e all’omicidio per vendetta. Non mi pare ciò abbia aggiunto nulla, per cui avrei evitato di toccare argomenti complessi in un genere cinematografico che parla di tutt’altro.

A parte questo mi sono veramente gustata il resto dei novanta minuti tra gag e risate. Per cui se dovessi descrivere questo film in una frase direi:
L’Arbitro non è una di quelle stupide commedia all’italiana alla quale ci siamo abituati negli ultimi tempi,
è piuttosto un’intelligente commedia “alla sarda”.

Francesca Maccioni


La prima volta che ne ho visto parlare è stato su Videolina, durante l’ora di pranzo. Ne ho visto parlare perché non stavo ascoltando e appena ho visto la figura di Benito Urgu, mi è sembrata la solita pubblicità di qualche supermercato.
Il secondo giorno stessa scena, ma ho intravisto Accorsi, ho pensato subito a quanto fosse caduto in basso, ridotto a fare pubblicità per supermercati, poi Pannofino, con un nome così anziché supermercati avrebbe dovuto promuovere una sartoria, ho pensato.
E invece mi sbagliavo, tornato alle solite faccende non ho più avuto occasione di vedere la “pubblicità del supermercato”, che mi era pure passata di mente, ma ho scoperto che si trattava di un film. Un film del regista Sardo Paolo Zucca, presentato come cortometraggio alla mostra del cinema di Venezia e poi “allungato” per diventare un film sovvenzionato da ben 7 enti, tanti mi sembra di averne contato.

Incuriosito da ciò e trascinato da alcuni amici, sono andato a vederlo. Ormai a Bologna era quasi fuori programmazione, l’unica sala che lo proiettava era quella di un cinema d’essai convenzionata con il programma “cinema eurotre”, il cinema a tre euro per gli under 30. Mi vesto del fanciullino che c’è in me e mi presento. «Un biglietto under 30, per favore». Sudavo freddo, se mi avessero scoperto la delusione e la derisione sarebbe stata cocente, avrei dovuto prendere coscienza dell’avanzamento d’età. «Ecco a lei». Ce l’ho fatta. Contentissimo e in preda a un’euforia quasi diabolica, mi trattengo dal saltellare e mi fiondo dentro, giusto in tempo per i trailer.

La trama si articola su due storie parallele che si incontrano solamente alla fine. In una si narrano le disavventure di un arbitro professionista, mentre nell’altra l’accesa rivalità tra due paesi dell’entroterra sardo la fa da padrone, attraverso la descrizione delle gesta delle due compagini calcistiche locali: l’Atletico Pabarile e il Montecrastu.

Il film è piacevole e divertente, ne sono testimoni le risate della poca gente in sala. Ovviamente i non sardi erano tanti e sembravano decisamente gradire anche grazie all’aiuto dei sottotitoli per le frasi in sardo.

La recitazione a me è piaciuta, gli aspetti negativi invece li ho trovati proprio negli attori così detti di spicco, un Accorsi piatto, sempre uguale a se stesso che al di là delle mosse alla Freddy Mercury non fa nulla per migliorarsi. Francesco Pannofino invece fa poco più di una comparsata in un ruolo che a mio parere è molto simile a “Il Rosso”, personaggio che doppiava nel cartoon Mucca e Pollo. Prestazione decisamente promossa quella di Benito Urgu, che è riuscito a farmi divertire anche senza farmi sentire nella corsia di un supermercato. Promossi anche Jacopo Cullin e Geppi Cucciari, in ruoli magari non frequenti per i loro personaggi. Ma la mia medaglia d’oro la darei a tutti gli attori non professionisti che hanno fatto (fatto, perché senza di loro non c’è storia) il film, sembravano molto più navigati delle così dette stelle. Menzione d’onore in particolare a quella signora anziana che è riuscita a calarsi nella parte in maniera eccellente, pur ritrovandosi a dover affrontare dialoghi calcistici in cui, almeno per la mise, non me la sarei per niente immaginata.

Ve lo potrei raccontare tutto ma non vi voglio rovinare la sorpresa. Il film vi potrà lasciare perplessi, perché magari vi aspettavate chissà cosa e, da cinefili navigati quali potete essere, potreste avanzare diverse critiche. Giustissimo. Però non si può negare che uscirete dalla sala con un sorriso, per tutte quelle cose che vi ricordano casa, perché magari riconoscete i luoghi o semplicemente perché tutti intravediamo in certi personaggi qualche compaesano.
Ma questo forse è ancor più vero per un emigrato!
Buona visione.

Andrea Maccioni


In fondo anche noi sardi siamo egocentrici e narcisisti. Ci piace sentire parlare di noi stessi, preferibilmente con termini di elogio o quanto meno di simpatia. E ci piace maggiormente quando a parlare sono le persone che reputiamo importanti o meritevoli di rispetto, come ad esempio noti attori e sceneggiatori  del continente.
Perchè noi sardi, anche se restii a raccontarci, teniamo sempre in gran conto le rappresentazioni che danno di noi dall’esterno.
Uno dei meriti di Paolo Zucca è aver capito questo semplice meccanismo e averlo sfruttato a proprio favore. Il respiro nazionale assunto dal film, forse non servirà a convincere il pubblico di oltre tirreno ma riempirà le sale sarde più di quanto avrebbe potuto fare una differente scelta di cast e di sceneggiatura.

Si rivelano ottimi gli attori sardi, che prestano i volti a rappresentare la comunità locale e bravi anche i continentali nel ruolo di interpretare se stessi, cioè persone estranee al luogo ingaggiate ad hoc per svolgere un ruolo.
(Con l’eccezione dell’ottimo Alessio di Clemente, nel ruolo di Brai.)
E proprio il ruolo dei personaggi continentali nella vicenda mi suggerisce una chiave di lettura particolare.
Il calcio è usato nel film come pretesto per raccontare una storia di rivalità tra piccole comunità. Il calcio vissuto in questi borghi remoti è però solo la caricatura di una disciplina che ha la sua liturgia e la sua massima espressione al di là del mare. E’ quindi normale che i tutori delle regole vengano da fuori.
Tuttavia quando le regole vengono piegate dalla corruzione subentra l’onore e la lealtà locali a ristabilire la giustizia. Nella contesa fra le due squadre alla fine è comunque decisivo il giudizio dello straniero.
Volendo si può leggere questa storia come un’allegoria della nostra storia sarda recente. Un popolo di antiche tradizioni, alle prese con una modernizzazione frettolosa, affida il proprio futuro e la soluzione dei propri conflitti ad altri. Il destino di questo popolo è in bilico fra la vittoria della morale e dell’impegno e il trionfo della disonesta e dell’arroganza (nel film c’è la squadra dei buoni, in bianco, e la quadra dei cattivi, in nero) con esiti alterni decisi per lo più dal caso.

A parer mio L’Arbitro è un film molto gradevole che riesce a divertire perchè parla di noi, delle nostre debolezze e dei nostri valori con la giusta dose di ironia e di rispetto. Non so quale impressione ne possa trarre unu strangiu ma sarebbe utile capire se il tentativo di utilizzare una vicenda locale per parlare di valori universali sia riuscito. Il film è comunque ben confezionato con musica e canzoni efficaci, con una fotografia ricercata, e con un buon ritmo narrativo.

Mirko Montisci


Il tema principale de L’Arbitro è la dissacrazione, non sta a me spiegare il perché, guardatelo e capirete!
L’accuratezza della fotografia da parte del regista fa da portante per tutto il film.
La Sardegna c’è e si vede ma non è tutto. La trama si compone di tre storie, c’è quella dell’emigrato Matzutzi, quella dell’arbitro Cruciani che ambisce ad una svolta nella sua carriera professionale e quella della faida tra due cugini.
L’intreccio è un po’ ambiguo, questo lo ammetto, ma non meno chiaro di altre opere astratte. Lo definirei uno spezzone d’arte dove ci si diverte a ricercare note d’autore come, che so… l’Ultima Cena!

Mla

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