I cristiani greco-bizantini nel Sud

La Chiesa, madre e maestra, è sempre stata sensibile al rispetto delle tradizioni, specie alle forme liturgiche, tramandate nei secoli, ma anche alle radici culturali delle singole comunità etnico-religiose.
Questa ricchezza spirituale, ribadita dal Concilio Vaticano II, è espressa dalle 21 Chiese sparse nel mondo in comunione con Roma.
Una di queste, piccola ma significativa, è la Chiesa greco-bizantina degli Albanesi d’Italia.
Ma chi sono questi Albanesi d’Italia?
Per rispondere a questa domanda facciamo un passo indietro di quasi seicento anni. In quegli anni, mentre in occidente si celebra il fasto rinascimentale, nell’Est europeo e anatolico si consuma per i Cristiani la tragedia del lento declino del Sacro Romano Impero d’Oriente: fino al 29 maggio 1453, sabato di Pentecoste, quando Costantinopoli, dopo lungo assedio, cade nelle mani delle truppe ottomane. Buona parte del suo territorio era già perduto, anche se valorosi combattenti albanesi al comando di Giorgio Castriota “Skanderbeg” resistevano in armi alla più forte armata turca.

Sullo sfondo l’Iconostasi della Cattedrale di Piana degli Albanesi San Demetrio Megalomartire; Davanti la “porta regale” il Vicario Papas Janni Pecoraro. sulla destra in primo piano S. Ecc.za Mons. Sotir Ferrara

L’America non era stata scoperta. I rapporti con tra Est ed Ovest erano mantenuti intensamente dalle repubbliche marinare. C’era sulla Penisola Italiana anche un presenza di soldati di ventura albanesi. Questi mercenari, come paga per i loro servigi, ricevevano spesso terre su cui fondavano colonie albanesi.  A queste prime immigrazioni se ne aggiungeranno numerose altre, più massicce di profughi: mano a mano che capitolano i paesi del Pelopponneso, della Acaia e dell’Albania tutta, molti preferiscono imbarcarsi sulle navi Venete, sobbarcandosi gli esosi noli pretesi, e rifugiarsi nel vicino Regno di Napoli, terra cristiana, dove vi erano ampie zone poco abitate o deserte anche a seguito della grande moria prodotta dalla “peste dei Crociati”. Ad emigrare oggigiorno sono singole persone. Prima, invece, si muovevano gruppi, comunità con il conforto dei propri sacerdoti ma armati di arma bianca corta (privilegio degli uomini liberi). La Santa Sede e il re di Napoli, nonostante la non celata insofferenza dei baroni e dei vescovi-baroni, attuarono ogni mezzo perchè l’accoglienza non fosse ostacolata. Il reciproco rispetto con le popolazioni originarie  permise ai nuovi venuti, gli “Arbresci” di mantenere viva la propria lingua e la religiosità alimentata da vigili e attivi papas (sacerdoti di rito orientale), incardinati in due Eparchie (diocesi), quella di Piana degli Albanesi (Pa) e quella di Lungro (Cs).
La attività culturale non è mai stata disgiunta dalla vita religiosa costitutiva di molta parte del patrimonio identitario degli Arbresci. Essi, infatti, da sempre si fanno vanto di essere venuti in Italia per potere conservare la loro fede
. Fede in tutto uguale a quella latina ma che si distingue per i riti liturgici Greco-bizantini. Il fulcro dei quali, come è ben comprensibile è il Sacramento della Divina Liturgia: il cui testo di S. Giovanni Crisostomo è datato al IV secolo.

Si compone di 3 parti: 1. Preparazione o Protesi; 2. Liturgia dei Catecumeni; 3. Liturgia Eucaristica. Le fasi della Liturgia rappresentano i principali misteri della vita di Nostro Signore Gesù Cristo. La Protesi ha lo scopo di preparare il necessario per la celebrazione eucaristica e rappresenta la Nascita del Figlio di Dio ma sempre sullo sfondo della sua Passione e Immolazione: Egli nasce per essere sacrificato. La Liturgia dei catecumeni, detta così perchè al suo termine i non battezzati erano tenuti ad uscire dalla chiesa, corrisponde alla vita pubblica di Gesù tra gli uomini catechizzati dalla sua parola di verità. La Liturgia eucaristica procede nella rappresentazione dall’Ingresso a Gerusalemme di Gesù, alla sua Morte e Resurrezione, all’Ascensione, alla Pentecoste. La Comunione col Signore prefigura la Parusia, la seconda venuta di Gesù. Al termine della Liturgia il sacerdote congeda i fedeli distribuendo dei pezzetti di pane benedetto.
Le chiese bizantine all’interno si distinguono per l’altare e le pitture. L’iconostasi (portale in genere ligneo costituito nella sua architettura da icone) separa il santuario (vima) presbiteriale, dal resto della chiesa. Al centro dell’iconostasi c’è una grande porta dalla quale si possono seguire le liturgie. Sull’iconostasi, come anche sulle altre pareti della chiesa sono rappresentati i misteri della fede cristiana. Sono in sostanza un insieme di testi catechetici a cui il fedele rivolge la sua venerazione. Sono immagini teologiche dove il bello segue canoni simbolici religiosi. Così se con Florenskij diciamo che “l’iconostasi è la visione”, “il confine tra il mondo visibile e il mondo invisibile” possiamo comprendere per quale ragione ai lati della “porta celeste” vi sia sempre la Vergine Madre di Dio e Gesù Maestro: Via, Verità, Vita. Una porta aperta da un “fiat” detto da Maria ad uno splendente angelo Gabriele. E per questo l’Annunciazione è messa al centro della “porta celeste” e della nostra devozione.

Gli arbresh della Diaspora.
Le tre circoscrizioni greco-cattoliche della Chiesa albanese d’Italia sono Piana degli Albanesi (PA), Lungro (CS) e il Monastero Esarchico di Grottaferrata (Roma). Quest’ultimo è precedente alla venuta degli albanesi ed è stato fondato da S. Nilo da Rossano. Per gli arbresci, detti della diaspora, sparsi per l’Italia, e lontani dalla terra d’origine, sono state affidate delle Chiese all’Eparchia di Lungro in altre diocesi del territorio nazionale affinchè i fedeli possano praticare il rito proprio, ad esempio: per Torino la Chiesa Di San Michele Arcangelo, per Milano la Chiesa di San Maurizio e per Roma la Chiesa di Sant’Atanasio.

Luz Sqada

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Una risposta a “I cristiani greco-bizantini nel Sud

  1. La Sardegna è ed è stato l’estremo occidentale dell’Oriente. La presenza bizantina è ben attestata, nonostante la successiva incorporazione di Roma e degli altri e la conseguente azione di rimozione operata.
    Terra di transito con tanto di fondaci marittimi, l’Isola porta ancora il segno della vispa presenza culturale di tali interscambi: catalani, liguri, mori, crociati…Solo agli arabi non riusci di attestarvisi, come ci dice inconfutabilmente M.M.Bazama.
    La bandiera sarda d’altra parte rappresenta un campo crociato da due bande rosse e all’interno dei quattro quadranti sono rappresentati “mori affrancati”. I mori, altresì, li troviamo in atto di supplice devozione dinanzi alle molte “Sante Marie d’Itria” (di Costantinopoli) di cui è pieno il territorio – anche a Masullas o a Morgongiori – a dire del sardo Cesare Masala.

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