Città per l’uomo

introduzione

In pochi anni anche le persone anziane si sono dotate di apparecchi telefonici portatili, che li fanno sentire meno soli e un po’ più tranquilli.
Penso tuttavia a chi, quando non erano ancora state inventate queste efficaci protesi, dovendo scegliere di vivere in una tranquilla casetta paesana o un appartamento in città, scelse quest’ultima soluzione ritenendo che era meglio stare in comunione con gli altri.

Vittorio morì per un banale infarto dentro il suo ascensore. Nessuno, di giorno, in pieno centro di Roma per ore, avrebbe adoperato quell’elevatore. E così nessuno potè intervenire per chiamare tempestivamente i soccorsi e salvarlo.

E’ umana oggi la città?
Parigi con Napoleone III fu mezzo demolita per scongiurare la guerriglia urbana del 1848.
Torino aveva già demolito le mura rese inutili dall’artiglieria e inventato una via centrale tutta uguale, una scenografia intenzionale. Ancora 60 anni fa in quegli stessi caseggiati del centro ci trovavi le botteghe sulla strada e nel cortile e al primo piano ammezzato l’abitazione magari degli stessi artigiani e bottegai. Il primo piano nobile era per i benestanti e i nobili “della mortadella” (nobiltà comprata e utile alle finanze savoiarde) e differiva per lusso e ampiezza dai piani sovrastanti, costituiti da alloggi a ballatoio, in genere a una o due camere; i servizi erano costituiti da una “latrina alla turca” per piano, in comune. Sotto il tetto c’erano le anguste soffitte, gelide d’inverno e torride d’estate per i i più giovani e i meno abbienti e anziani.

Partendo da questa coesistenza promiscua dei vari ceti sociali possiamo  allora rileggere il libro “Cuore”. Forse per bambini ma in cui troviamo,come dice Gaetano Passarelli, non solo la consapevole ma anche l’ignara narrazione di sè e che per noi è pur sempre patrimonio storico ereditato.
Paolo

Città per l’uomo

Giorni fa ascoltavo una giovane donna lamentarsi per l’impossibilità di vivere nel suo paese, distante 20 km dal capoluogo e 40 dal centro regionale, perchè vi manca ogni possibilità di arricchimento culturale.
Come è possibile questo? Pensavo.
Poi, riflettendo, ho dovuto darle ragione: il suo deficit visivo non le permette di guidare una macchina e la costringe a dipendere per gli spostamenti dai mezzi pubblici, i quali, certo, non abbondano nelle ore serali e nei giorni festivi.
Il problema, però, è più generale, basti pensare al disoccupato bracciante mogorese, che senza auto non può andare a guadagnarsi la giornata nei boschi di Santu Lussurgiu a 50 km o alle molte persone anziane che non sono in grado di affrontare le notevoli distanze per le analisi o le visite mediche di routine. In questi casi è necessario per loro un sancristoforo libero e disponibile.

Tuttavia, a ben vedere, ancora più grave è l’esistenza nella città. Tanto che dal punto di vista umano se ne può certificare la definitiva dissoluzione, scaturita dalla sua abnorme crescita, dalla perdita di forma, di proporzione e di carattere. Sia che si tratti della “città diffusa” occidentale, sia che si tratti delle “megalopoli” del III e IV mondo, si può convenire con Françoise Choay per la quale le città sono diventate “le macchine della crisi economica” e generatori di disastri sociali ed ecologici, come Napoli o Palermo.

Alla scomparsa della città storica fa seguito un “megaurbanizzazione” senza anima, forma, misura, nome come l’intera Lombardia settentrionale, estesa da Novara a Bergamo. Ciò che è più inquietante è che, a diventare programma ideologico ed estetico in tutte le città del mondo, sia l’edificio “grosso”, fuori scala. Non importa, poi, se non ha senso, se non ha relazione con gli altri edifici. Già! Edifici-torre isolati in città senza dimensione comunitaria, senza identità, abitate dall’isolamento individualista: una omologazione planetaria dove mancano gli spazi aperti urbani pubblici, luoghi sempre diversi e imprevedibili, in cui raccogliersi e rapportarsi con gli altri. Questi luoghi hanno ceduto il passo agli iperspazi dei centri commerciali sempre gli stessi, dove trovi l’ammaliante lusinga delle abbaglianti vetrine di negozi che espongono le stesse merci inutilmente diverse nei loro insignificanti dettagli – specchietti per le allodole – della moda padrona.

Mi domandavo se, senza dover rinunciare al sistema di reti funzionali all’economia, sia possibile recuperare il calore e il colore della ricchezza di relazioni e di bellezza che le città storiche sapevano offrire. Magari con forme nuove, rispetto a quelle tradizionali ormai perdute.

Penso ad una città corale che stimoli nella mente creatività e senso di appartenenza, rìdia valore alle differenze e le integri, coltivi specifiche peculiarità come ospitalità, predisposizione all’accoglienza e alla disponibilità per le relazioni umane e la comunicazione ma anche per la convivenza civile sostanziale. Cioè una città che faccia godere di una cittadinanza tollerante e democratica. Il luogo con un distinto carattere che esprima il costume delle persone, il grado di civiltà e di cultura di una comunità, i comportamenti consuetudinari. Certo, questo è un problema prioritario da affrontare.

Penso anche ad una possibile città da modellare concretamente. Anche le agonizzanti città di oggi sono sempre scaturite da “un progetto politico e sociale capace di interpretare e dare spazio alla frontiera più avanzata della società del proprio tempo”, capace di mettere in correlazione la forma fisica della città e del territorio. Viviamo in un punto di crisi in cui si chiude un periodo storico ed ancora non è chiaro il carattere del futuro ma non emerge ancora una qualche necessaria utopia, nonostante che già siamo fruitori di potentissimi mezzi di teleconnessione, che solo 15 anni fa non esistevano e che hanno svuotato, svampito il senso del territorio gerarchico, della città-emporio materiale e culturale.

Tanti sognano un ritorno alla pace paesana e altrettanti sono coloro che mitizzano le maggiori risorse disponibili della città.
Intanto c’è chi contesta la TAV ma 5 giorni su 7 la adopera per andare e venire da casa al lavoro in un’ora di viaggio (TO-MI, MI-BO, BO-FI, FI-RM, RM-NA). Mentre le città traboccano di persone stressate dalla paralisi del traffico assordante e un silenzio opprimente, fatalmente pastorale – bucolico! –, si stende sulla metà del Paese.

Sì, una utopia è possibile.
Ma non possiamo delegarla a politici, architetti e urbanisti senza visione personalistico-umanista.
I cittadini siamo noi: persone umane!

Luz Sqada
15.10.2011

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