«Noi sardi siamo autorazzisti: ci salverà l’indipendentismo»

La via della felicità passa per l’indipendentismo. Perché? Perché felici, i sardi, lo sono stati almeno tre volte: quand’erano popolo nuragico, quando hanno scritto la Carta de Logu imperniata sulla virtudi dess’amori , quando hanno tentato di fare la rivoluzione insieme a Giommaria Angioy nel 1794.


Riproviamoci adesso, propone Franciscu Sedda. Con le sole armi delle idee. E spiega in un libro il manifesto politico di un nuovo modo di essere sardi. Il suo canto libero (peraltro garantito dalla democrazia italiana) è una sorta di preghiera per sperare e credere in una Sardegna che verrà. Quando? «Non ha importanza. Io, il seme, l’ho lanciato». Sostiene, magari per confortarsi, che rispetto al passato stavolta ci sono segnali d’un’attenzione trasversale. Forse perché, molto cardinalescamente, ha evitato di processare i tanti (troppi) indipendentismi presenti sul territorio. Forse perché, molto andreottianamente, dice tutto il male possibile della partitocrazia nazionale ma lo fa con toni civili e propositivi buttando al cesso la solita vecchia noiosissima lagna contro Roma pappona.
Trentacinque anni, docente di Semiotica all’università romana di Tor Vergata, Sedda circola in queste settimane con un fiocco verde al bavero della giacca: è il simbolo della battaglia sulle Entrate, sui miliardi (undici?) che lo Stato deve restituire da sempre ai sardi. Testa lucida (in tutti i sensi, calvizie inclusa), lo chiamano il professorino perché appena apre bocca ti accorgi che ha studiato. Un politico che ha studiato davvero. È un dottor Sottile de noantri: attento ad anestetizzare l’aggressività, misurare le parole, spiegare con chiarezza.
Figlio di un deluso dirigente sardista risorto sulla via dell’indipendentismo, ha scritto un testo (“I sardi sono capaci d’amare”) dove tritura i giganti dell’autonomismo, fa carne di porco di Camillo Bellieni ed Emilio Lussu senza risparmiare lungostrada Mario Melis e altri padri nobili del Psd’Az. Colpevoli, a suo parere, di non aver mai perso – neppure per un istante – la devozione e la sudditanza verso l’Italia. Con l’aggravante poi di aver fermato, a un certo momento della Storia, il salto per diventare nazione. Nazione abortiva, dice Bellieni della Sardegna per significare che può generare solo fiori e figli appassiti. Né ci va più leggero Lussu, che ogni tanto amava abrogare la U sardesca e firmarsi Lusso.
Sedda ha fatto esattamente il contrario. Ancora studente, al termine di un corso di antropologia culturale ha deciso di passare da Francesco a Franciscu. Il cambio di nome non è stato registrato all’anagrafe ma tutti ormai lo conoscono così, compresi gli allievi che hanno la sua firma sui libretti d’esame.
La biografia politica comincia a Roma più di dieci anni fa quando fonda Su Cuncordu, culla per la rilettura critica dei testi sacri del sardismo e l’avvio di una visione disincantata del passato. Nel 2003 figura tra i fondatori di Irs, spalla del leggendario Gavino Sale col quale rompe l’anno scorso per dare vita a ProgReS (Progetu Repùblica de Sardigna), nuova e dirompente sigla in un arcipelago che già conta – oltre Irs – i Rossomori, Psd’Az, Sardigna Natzione e Repubblica di Malu Entu.
Centu concas, centu berritas.
«Ma c’è dialogo e questo è l’aspetto più significativo. Non è necessario stare tutti nello stesso calderone».
Perché ha fatto a pezzi Lussu e Bellieni?
«Perché sono importanti, nel bene e nel male. Hanno forgiato un’idea precisa di Sardegna ma quando si sono ritrovati in mano la fiducia di un intero popolo, hanno scelto di fermarsi. Hanno teorizzato il fallimento come tratto essenziale del carattere dei sardi. Bellieni arriva a dire irrimediabilmente sardi. Che significa irrimediabilmente?»
Provi a dirlo lei.
«Credo che l’uno e l’altro, Bellieni e Lussu, soffrissero della sindrome degli orfani che cercano di farsi amare da genitori incontrati per caso. E, pur di sentirsi riconosciuti e arrivati, hanno sacrificato un’intera nazione».
Dunque, finti padri dell’autonomismo?
«Veri, verissimi padri dell’autonomismo. Ma è un autonomismo concepito contro l’indipendentismo, contro la sovranità dei sardi. È un autonomismo che ai loro occhi serve solo per dare un contributo all’Italia: braccia di emigrati per il lavoro, fucili della Brigata Sassari per la guerra e intelligenze per irrobustire la debole classe dirigente nazionale. Cosa avrebbero potuto creare queste energie se fossero state spese per la nazione sarda?»
Che vuol dire Sardegna nazione abortiva?
«Sono parole-chiave, rivelatrici. Una nazione abortiva non può che fallire. E dà spessore al concetto di nazione mancata che userà Lussu. Questo si chiama autorazzismo».
Scusi, ma perché dovremmo essere nazione?
«Perché la storia della Sardegna è la storia di una nazione, disseminata dalla consapevolezza e dal tormento di saperlo. Lo siamo stati, nazione. Vogliamo tornare ad esserlo».
Non crede che a deprimerci sia l’inconsistente peso politico dei nostri parlamentari?
«Non è mancata, a suo tempo, una classe dirigente importante: Gramsci, Segni, Cossiga, Berlinguer. Tutta gente che ha scelto di lavorare per l’interesse dell’Italia, col cuore e la testa volti all’Italia. Cossiga si vantava di non aver mai fatto nulla per la Sardegna come se questo potesse dargli santità politica».

Perché dovremmo rinunciare alla nostra quota-parte delle bellezze d’Italia?
«Ho detto che siamo indipendentisti, non coglioni. Non abbiamo intenzione di rinunciare al mondo e alle sue meraviglie ma soltanto riconquistare la nostra terra».
Nel frattempo restiamo frustrati però con un complesso di superiorità.
«Il rovescio della medaglia è un complesso di inferiorità che ci arriva dall’idea d’essere abortivi e falliti. Non nascondo che a volte l’orgoglio sardo sia megalomania bell’e buona. Il fatto è che, a seconda dei momenti, la Sardegna è quasi un continente oppure un angolo morto d’Europa. Evidentemente c’è qualcosa che non quadra».
Quali sono gli handicap storici da superare?
«Uno dei nostri vizi, che ha solo 200 anni, è l’idea di essere bassi. Nel 1802 fu diffuso un catechismo patriottico che invitava i bimbi ad amare la Sardegna. Uno scolaretto chiese: signor maestro, noi siamo alti o bassi? Il maestro ci ha pensato appena un istante: giusti, noi sardi siamo giusti».
In fondo all’anima, comunque, continuiamo a sentirci i migliori.
Se questa sensazione fosse nutrita di umiltà e ci spronasse a pensare che, primi della classe o meno, potremmo sempre migliorare, saremmo già a buon punto. Se invece, come capita, è puro compiacimento, allora la questione è seria».
Sarà vero che le dominazioni ci hanno instillato il virus della sudditanza?
«Certo. Le dominazioni creano voglia di subordinazione. Che nasce e si sviluppa quando ti scordi di essere stato dominato, quando ti convinci di essere libero anche se lo Stato a cui appartieni non ti consente di decidere nulla sulla tua vita e ti tratta come un’appendice da spremere a livello economico e sociale. La vertenza sulle Entrate è un esempio lampante».
Siamo un popolo di camerieri. Si sbagliava, Mario Melis?
«Abbiamo bisogno di suturare una profonda ferita dell’anima. Viviamo scissi. La pigrizia e la rassegnazione ci portano ad accettare passivamente un ruolo subordinato. Peccato che cuore e cervello ogni tanto si ammutinino chiedendoci di reagire».
Maria Lai, Pinuccio Sciola e Antonio Marras incarnano il suo ideale: perché?
«Mi piacciono perché si portano appresso una cultura millenaria e riescono a renderla attuale, ciascuno nel suo campo. Sono sardi, come dire?, senza boria e senza vergogna. Io spero di riuscire a far diventare questa capacità una sfida collettiva. Di tutti».
Lei dice che può essere sardo chiunque voglia diventarlo. Spieghi.
«Uno dei grandi limiti dell’indipendentismo vecchio stampo è stato quello di cercare in ambiti molto ristretti una sardità primigenia e pura. Dobbiamo invece imparare ad aprirci a 360 gradi, immaginare una Repubblica di Sardegna dove possano coabitare tutti».
E se Lele Mora o Flavio Briatore decidessero di diventare sardi?
«L’Italia non viene meno a se stessa solo perché ospita corrotti, mafiosi, gentaglia e ladri spesso al potere. La Repubblica di Sardegna che inseguiamo non è l’Eden. Il problema dei problemi è creare cittadini migliori, abitare una terra dove si lavora e si vive tra persone oneste».

Pocos. È ripresa l’emigrazione e nessuno viene qui fuori stagione.
«Però, secondo gli studiosi di relazioni internazionali, col nostro milione e mezzo di residenti non saremo comunque un piccolo Stato. Dobbiamo trasformare la Sardegna da terra d’emigrazione a terra d’attrazione».

Locos. Ha idea di quali miserie sia capace il nostro Consiglio regionale?
«Se è solo per questo, in aggiunta terrei conto anche del cosiddetto governo amico, che proprio amico non è. Da sessant’anni lo Stato italiano non perde occasione per convincerci che se non saremo noi a prenderci cura di noi stessi, non lo farà certo il governo di Roma. È pura follia aspettare la salvezza dal carnefice».

Mal unidos. Ha presente la disamistade indipendentista?
«Uniti si diventa. È il compito della politica creare occasioni di unità. Serve un progetto comune, rispetto e correttezza reciproca. La battaglia per le Entrate è un primo, interessante passo trasversale».

Il vostro obiettivo resta, in ogni caso, il rovesciamento del potere.
«Noi vorremmo restituire sovranità ai sardi con metodi nonviolenti perché possano esprimere una loro politica volta alla difesa dei diritti e degli interessi della Sardegna nel mondo».
D’accordo, e il potere da abbattere?
«Non si può pensare al futuro senza cambiare le attuali strutture del potere. Il vero obiettivo è un’elevazione generale dei sardi come individui e come collettività».
E chi ci garantisce che il nuovo potere sia migliore del precedente?
«Meglio rischiare per la libertà e il cambiamento che vivere nel conformismo».
Quali sarebbero i vantaggi dell’indipendentismo?
«Chiedetelo ai catalani, agli scozzesi che hanno raggiunto il 46 per cento dei voti dopo aver governato per quattro anni. Indipendentismo vuol dire costruire un sistema tributario a misura del nostro tessuto produttivo, vuol dire partecipare ai processi europei da protagonisti e non da comparse».
Lo sa che la Sardegna è una regione super-assistita?
«Siamo più ricchi di quanto immaginiamo ma ci siamo disabituati a gestire la nostra ricchezza. Siamo diventati assistiti e abbiamo acquisito una mentalità assistenzialista. Forse è arrivato il momento di prenderci le nostre responsabilità, imparare a gestirci come farebbe un buon padre di famiglia».
Avete Stati di riferimento?
«La Danimarca, la Svezia. Paesi in cui si vive con grande serenità, dove si investe in cultura e ricerca, dove si pagano le tasse e la classe politica è fatta da cittadini temporaneamente, e sottolineo temporaneamente, al servizio della collettività».
Ma obiettivo degli obiettivi resta, come nella Costituzione americana, la ricerca della felicità.
«Certo. Siamo sicuri che sia una felicità umanamente possibile. L’idea indipendentista nonviolenta è l’uscita da una coscienza infelice, dalla rassegnazione e da un risentimento che ci impedisce di vedere le nostre potenzialità. Vivere meglio si può».

di GIORGIO PISANO
pisano@unionesarda.it
[foto Max Solinas]

L’Unione Sarda
Domenica 16 Ottobre 2011, pag. 11

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...