Territorio gerarchico o equipotenziale?

La metà del territorio che dalle Alpi scende verso il Mediterraneo lungo la penisola appenninica è oggi disabitata. Quasi tutti gli abitanti sono ormai andati a vivere altrove e tornano per il riposo estivo o per qualche ponte lungo nelle case di origine, chiuse per il resto dell’anno.

Questi luoghi sono bellissimi. Godono di uno dei migliori climi in assoluto della Terra. La vegetazione è lussureggiante: cresce libera. L’acqua non manca. Il paesaggio è quasi incontaminato e ti da una sensazione di remota lontananza e di profonda pace. In molti paesi e villaggi i superstiti vecchi attendono serenamente al lento trascorrere del tempo: al loro ineluttabile passaggio all’eternità.

Di tanto in tanto qualche giovane torna qui per sposarsi in una delle chiese in cui il prete “ambulante” celebra le messe domenicali, dividendosi tra i molti paesi affidati alla sua cura spirituale. Ma qui non ci sono battesimi! Qui non nasce più nessuno e nulla!

Molti di questi luoghi, anche se non particolarmente fiorenti, un tempo fornivano sussistenza  anche a molte delle minoranze linguistiche: francofoni, occitani, valser, ecc.

L’autoconsumo dei prodotti agricoli e l’artigianato, il baratto e il credito etico annuale locale, la scarsa circolazione monetaria ed il ricorso alla città-emporio zonale per gli acquisti importanti consentivano di vivere nella propria cultura identitaria anche fuori dei flussi innovativi intellettuali ed economici, lontano dalla involuzione centralistica dello stato. L’emigrazione verso l’America, poi verso l’Europa transalpina e successivamente verso le città italiane del miracoloso triangolo sembravano arrestare la decadenza, ristabilendo nuovi equilibri, che però erano solo apparenti. L’industrializzazione, l’inurbamento, la produzione agricola di prodotti specializzati per territorio, la concentrazione finanziaria in grandi ‘corporation’ hanno seppellito il mondo che era esistito fino ad allora: il mondo di sempre.

Le mutate condizioni esistenziali, che si erano venute imponendo, avevano reso non conveniente, non produttivo, non competitivo il ‘modello operativo prevalentemente equipotenziale arcaico’ rispetto all’innovativo ‘modello operativo gerarchico multipolare planetario globale’.

Già negli anni settanta del secolo scorso tale modello iniziava a mostrare i primi segni di volatilità sistemica fino a giungere alle contraddittorie emergenze ‘fame e rifiuti’ e ai primi segni di paralisi a cui né capitali, né politica, né pensiero creativo sapevano porre rimedio e regole illuminate.

Il problema ci riguarda direttamente, perché ora sulla Terra siamo rimasti senza scorte alimentari e nei prossimi due anni occorre gestire l’emergenza con razionamenti e distribuzione di aiuti (per evitare il rischio di disordini o peggio di fenomeni di guerriglia se non di conflitti). Nello stesso tempo quei 580 euro l’anno di alimenti che la ‘famiglia media italiana’ butta nella pattumiera (per un totale di almeno 12 miliardi di euro l’anno) non dovranno più essere sprecati. E se si evita tale spreco, poi, quanti sono i milioni di tonnellate di rifiuti non prodotti da non smaltire più?

Nel mondo le cose non vanno meglio. I governi, dice M. Deaglio, sembrano ormai incapaci di controllare i processi di mutamento in atto: ci sono poche idee concrete. La scommessa del capitalismo è sempre stata quella di produrre di più, così che tutti diventassero più ricchi e nessuno più povero: è quello che cercano di fare Cina e India. Ma questo significa che se nel mondo presto non ci sarà più acqua, né foreste, né cibo sufficienti, allora dobbiamo rivedere il nostro modello di sviluppo. Tanto per cominciare, il mercato deve fare un passo indietro, deve essere regolato da un coordinamento (di chi?), che impedisca quei fenomeni che mettono in evidenza una totale perdita di controllo. Le banche centrali (quelle tre quattro che contano) devono collaborare strettamente tra di loro anziché comportarsi da antagoniste.

Intanto, però, i grandi della Terra nel recente summit FAO di Roma sulla fame non sono riusciti a mettersi d’accordo neanche su misure minimali di emergenza. C’è chi accumula derrate alimentari in grandi navi-silos per speculare sui rialzi di prezzo, mentre sulla Terra si produce cibo per sfamare dodici miliardi di persone (oggi siamo sei miliardi e mezzo, di cui un miliardo di obesi e almeno due miliardi di denutriti). E c’è chi dice che “la fame è un’arma per tenere in stato di sudditanza le popolazioni povere del mondo” (G.Albanese). Per questo a qualcuno conviene passare da una emergenza all’altra, in modo da non risolvere mai i problemi: forse occorre smetterla con la carità pelosa e puntare sulla autosufficienza territoriale.

In Italia assistiamo a “il paradosso di metropoli in gran parte abitate, e solo durante le ore del giorno, da gente suburbana” (E. Cecchi) e all’abbandono, alla dismissione del capitale ‘territorio collinare-montano e montano’. Assistiamo al sovraffollamento, al soffocamento, allo sperpero urbano ed all’abdicazione, all’abiurazione, all’obliterazione esistenziale dei luoghi della cultura contadina verace del popolo (dei popoli). E tutto questo proprio ora che il concetto di periferia è stato liquefatto definitivamente dal WEB.

Si tratta di passare dal virtuale al reale. Si tratta di ricomporre il sapere. Si tratta insomma di pensare alla politica come visione simultanea, come soluzione sinottica dei problemi e poi di ricercare concetti e provvedimenti operativi settoriali ma sempre confluenti, contigui e complementari, tali cioè da ricondurre all’impianto originario d’insieme.

Si tratta di pensare giovane per i giovani. Sì! Una nuova frontiera da oltrepassare insieme, un comune esodo dall’oggi invecchiato da intraprendere, un reimpiego creativo e solidale della risorse accantonate, scartate per riconfigurare e riconformare quell’anima comune che viene da lontano e che tanta strada deve ancora percorrere.

Luz Sqada

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Una risposta a “Territorio gerarchico o equipotenziale?

  1. condividendo pienamente il commento del mio caro Luz, aggiungo qualcosina che il sopracitato mi fa per forza venir in mente….questo transatlantico di immondizia…immondo,ingiusto,…se pensiamo che nel ‘900 l’uomo moderno (togliendo gli anni…la maggior parte!!!…in cui si portavano milioni di uomini a morire per definire confini e rivendicazioni territoriali)….ha creato tanto benessere legato chiaramente al concatenato ‘800..dovremmo tirar su qualche somma e fare qualche proporzione….dove son finiti gli uomini forti, creativi,intelligenti,rivoluzionari,determinati,assetati di giustizia,di valori,di orgoglio,di civiltà,di conoscenza,di crescita,di cultura,di terra, di raccolti, di simboli, di bandiere, di patria, di identità, di tradizioni….cosa serve una piazza nuova se la gente non la frequenta più?…nella casa dei miei genitori esiste ancora il salotto dove fino a pochi decenni fà si celebravano i vari sacramenti, qualche compleanno, e si ospitava qualcuno a pranzo o a cena……ora è una stanza chiusa non più utilizzata, e non si può pensare di spender denaro per un monumento che non ha bisogno di restauri…ma sopratutto un monumento che non ha più visitatori….a noi non serve una piazza nuova, ma gente che la popoli, che la viva!!…sono il primo a dire che Mogoro esteticamente non è un paese bellissimo!…ma le cose belle vengono fatte da persone belle…non possiamo pretendere un paese museo se la notte stessa dell’inaugurazione i nostri figli lo saccheggiano e lo ripudiano perchè vivono il malessere generale del menefreghismo e dello sbando totale…..chi spesso nel nostro paese si lamenta di piante che cadono, di murales non coerenti, di restringimenti di marciapiedi,…io rispondo che tutto il male che loro vedono rispecchia perfettamente ciò che noi tutti ci trasmettiamo l’un l’altro… la piazza di cui io parlo è lo spazio che abbiamo noi tutti nel cuore, nell’anima, nel rapporto con le persone e con le cose che ci circondano…..nella piazza si parla,si fa l’amore, si decide, si urla e ci si scontra, non ci si rimane per aspettare l’alba del giorno dopo senza aver costruito un mattone in più da collocare dove c’è spazio….dove è giusto che si trovi uno spazio!!!

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