La “libertà” che uccide

La civiltà umana, nel corso del suo cammino,
si è mossa lungo due strade parallele, adiacenti e alternative,
quella della fraternità e quella del fratricidio o, se vuoi,
quella della pace e quella della guerra tra comunità, società, popoli.

Anche oggi più della metà del pianeta è interessata da conflitti che influenzano la vita anche dell’altra parte della terra, dove invece i conflitti li troviamo tra gli appartenenti delle singole comunità, società, popoli. Proprio in quella parte che ha maggiormente promosso la dignità umana individuale e che chiamiamo «occidentale», forse perché oggi è al suo tramonto, e che rischia di morire “di libertà”.

Sembra, infatti, che la sua società civile, fatta da “uomini prudenti”, che si occupano dei propri interessi non funzioni più come prima.
I cittadini, che fanno il loro dovere e che pagano le tasse per produrre beni pubblici, non bastano più a costituire, costruire la città virtuosa, quella, cioè, dove l’interesse privato si sposa positivamente con il bene comune.
Oggi sembra che una crescente parte dell’interesse personale cambi significato morale. Sembra che tale virtù torni ad essere vizio, come nel periodo feudale, quando l’individuo era soggetto ad una gerarchia con legittimazione sacrale e questa sceglieva per tutti, per il popolo. In quel contesto, il conflitto di interesse tra privato e bene comune non poteva porsi in essere, la figura del singolo uomo non aveva affatto rilevanza politica.

Nelle società semplici, lo scambio consente ai singoli di godere dei beni che diventano di tutti (cibo, vestiti, ‘fiducia’ e successivamente lavatrici, televisori, medicine). Quando, però, il bene diventa “comune” come per i beni  più importanti e strategici per noi e per le future generazioni, come per esempio le fonti di energia non rinnovabili, le foreste tropicali, gli oceani, l’aria, l’acqua, lo smaltimento dei rifiuti e delle scorie, accade che il bene individuale generi male comune. La limitatezza del bene e il suo consumo contemporaneo fanno scaturire la tragedia.

La storia è piena di comunità piccole o grandi che hanno oltrepassato quel “limite” di utilizzo oltre il quale l’incremento diventa distruttivo e regredisce per sempre: ed esse sono collassate. Al contrario, là dove le comunità hanno limitato la libertà individuale con leggi, norme, tradizioni, usi e costumi, sono state in grado di vivere e crescere in armonia. Ad esempio, l’uomo preistorico europeo mangiando-mangiando sterminò l’uro – e morì di fame –, invece la ‘barbara’ «Carta de logu» prevedeva che, in caso di incendio di bosco, il paese di pertinenza consegnasse alla legge per l’esecuzione capitale ‘uno’ del paese, cosicché si sceglieva sempre il più anziano e invalido.

Nella società post-moderna, nel caso delle risorse strategiche è evidente lo stato di tensione interno al sistema tra libertà individuale e la distruzione delle risorse stesse. E queste sono situazioni problematiche per le quali non esiste una soluzione ottimale, perché qualsiasi scelta comporta comunque costi sempre alti.

La società globalizzata ci ha fatto entrare nell’epoca dei beni comuni che per certo assicura lo sviluppo nei popoli della terra con la disponibilità di frigoriferi, scarpe, mezzi di trasporto, ‘affrancamento’ dalla fatica ma molto di più con inquinamento, esaurimento di risorse naturali, perdita di ‘fiducia’ nei mercati finanziari.

Come già 2400 anni fa si discuteva del bene della città, nel gigantesco villaggio globale tutte le comunità si trovano ad affrontare il tema del loro bene. Oggi, come sempre, il bene della «polis»  – che è evidentemente un bene in se stesso – consente all’uomo di realizzare il suo bene personale all’interno dell’orizzonte morale del vivere sociale, gli consente di portare a compimento non solo la sua dimensione politica ma l’intera sua dimensione umana.
Per questo possiamo e dobbiamo cercare nuove vie per la convivenza pacifica del futuro: la concordia, una amicizia politica che consente di tendere alle cose giuste e vantaggiose anche come comunità.
Si tratta di volere insieme agli altri le stesse cose non «privatamente», cioè direttamente come beni raggiunti con le proprie esclusive forze, ma «politicamente», realizzando il bene comune. Si tratta di superare la dialettica contrapposizione tra chi ha fatto del bene comune un bene assoluto che completa il bene del singolo e chi all’opposto lo nega, sostenendo che esiste solo il bene del singolo.

Riusciremo a trovare tra questi due estremi un nuovo paradigma della libertà, che non sia «la mia», «la tua» ma la «nostra»?

Luz Sqada
[Mogorese d’adozione, ci tiene a precisare che scrive per divulgare e non per farsene vanto. Non conta l’autore, conta l’azione.

Possiamo dire che ha una esperienza di 40 anni nella difesa della minoranza linguistica arbresce, una esperienza professionale nella fisica dell’atmosfera.
Ha partecipato alle convenzioni ONU sull’ambiente e molte altre cose che per modestia preferisce non dire.
Quello che gli interessa è la promozione del pensiero  politico umanistico personalistico.
Sicuramente apprezzerà un vostro commento, se vorrete lasciarlo.]

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