Il Vinitaly raccontato da un mogorese DOC

Vinitaly, Diario di un ciarlone che si finge sommelier

C’è molta più cultura in un bicchiere di vino che in migliaia di libri pubblicati.
[ Don Suffumigi ]

Venerdì 8 Aprile 2011, ore 19.25, stazione centrale di Milano.
Al settimo binario il treno comincia a muoversi pigro, fuori dal finestrino vedo un pendolare ritardatario che corre con il biglietto in mano e un braccio alzato, corre senza sentire il peso dello zaino e senza far caso alla voce dell’annunciatrice che dice “Il treno regionale 9310 è in partenza al binario 7”, corre sempre più piano finché il treno lascia la stazione e si prepara ad attraversare la Lombardia e il Veneto in direzione Verona. Seduto in un vagone di seconda classe sfoglio il programma del Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei suoi distillati, una gigantesca fiera in cui tutti i più grandi commercianti di vino del mondo offrono ad una platea variopinta di visitatori i loro migliori prodotti. [1]

In stazione la situazione è tranquilla, il grosso dei turisti è già arrivato. Fuori mi aspettano Antonio, compagno fisso della kermesse veronese, ed Edoardo, new entry di questa edizione. Sono arrivati ieri e l’unico B&B con una tripla libera che hanno trovato sta a 10 km dalla stazione, per cui tra due chiacchiere e parecchie risate montiamo sul bus e ci dirigiamo verso la base.

Il giorno dopo sveglia presto: doccia, doppia colazione, scelta della mise e siamo di nuovo sul bus in direzione di viale del Lavoro. Quest’anno abbiamo deciso di dedicare la prima parte del giorno ai vini bianchi e proseguire con i rossi dopo la pausa pranzo, per rimanere più lucidi e gustare fino in fondo questa giornata di gusti e profumi di vini.

Il primo stand che ci accoglie è la cantina delle Vigne Sannite, una simpatica signora ci offre un percorso in tre tappe attraverso le terre del Beneventano, dove si coltivano le uve che danno il Fiano, la Falanghina e il Greco[2]

Lasciamo la Campania e salpiamo dal porto di Napoli verso le coste nord della Sicilia dove la fortuna ci conduce allo stand delle cantine Calatrasi. Li conosciamo un enologo che ci racconta la storia della famiglia Miccichè [3] e dei loro vigneti in Sicilia, Puglia e Tunisia mentre sorseggiamo un Terre di Ginestra fresco al palato, adatto più ad un aperitivo veloce che ad una grigliata tra amici. Parliamo di tante cose, dal mercato del vino nord africano alla difficoltà per le zone insulari del sud di trovare giovani disposti a dedicarsi all’agricoltura e ad investire sul proprio territorio. Ci racconta di avere partecipato a più di 30 vendemmie e versa tre assaggi di Catarratto [4], il suo sapore intenso e leggero ci porta lontano sulle colline della Sicilia, ci porta in volo sulle viti ad alberello cullate dal maestrale, e ci conduce fino alla mensa: sono quasi le due, è ora di mangiare!

Con la pancia più calma riprendiamo il nostro cammino da dove lo avevamo interrotto, la mattina è stata un crescendo continuo e siamo pronti ad affrontare la red side della giornata, a cominciare dalla scalata del Trentino-Alto Adige, cantina ERSTE+NEUE [5], corroborati da un Lareith Lagrein profumato ma troppo tannico e da un Leuchtenburg decisamente più elegante. I monti sud tirolesi però sono troppo ripidi e scoscesi per il nostro megàmma [6] così digradiamo verso i rossi del Veneto, dove Case Bianche ci offre un Wildbacher del 2006, un rosso prezioso e raffinato che avvolge col suo gusto le nostre bocche stupite [7] e ci sospinge col sorriso sulle labbra e la testa traballante verso la terra dei Re, ai piedi delle montagne. Un ragazzo di 20, massimo 25 anni ci riceve a corte, ha il viso simpatico e le mani forti, lavora nell’azienda di famiglia, le cantine del castello di Santa Vittoria nel sud del Piemonte e si vede dallo sguardo che è contento del nostro interesse, delle nostre domande. Sul banco c’è una bottiglia con l’etichetta coperta da una lunga scritta, senza nessuna immagine o stemma, è un Roero [8] DOCG davvero corposo e piacevole al palato a cui il sapore e l’odore del rovere donano un’eleganza molto particolare. Il ragazzo ora ha preso confidenza, ci porge un rosé dal colore chiarissimo, quasi trasparente, che nonostante la nostra diffidenza ci conquista all’istante con un profumo e una vitalità unici. È un Rosa Vittoria ma alle nostre orecchie stanche giunge un ritornello lontano, “Vuelvo al Sur”, uno sguardo all’orologio e sono quasi le sei, “como se vuelve siempre al amor” [9], è ora di salire su quella nave [10] e di tornare a casa.

Da fuori il capannone è completamente bianco con una scritta colorata al centro che dice: Sardegna, Acqua Aria Terra Vino. C’è vento e fa ancora caldo ma le persone chiacchierano, fumano, siedono per terra a riposare, noi ci concediamo giusto una sigaretta e un sorso d’acqua prima di rituffarci nel viaggio ed approdare alle Cantine Oliena, dove un signore sulla quarantina ci accoglie con uno dei cannonau più buoni che abbiamo mai assaggiato, il Nepente. Dal fascino complesso di questo vino inebriante e dal suo carattere forte traspare la storia di Oliena e dei suoi vigneti [11], la storia di tutta la Barbagia e delle sue contraddizioni si fonde in un gusto unico che “se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi” [12]. Oltre il Nepente c’è solo il Corrasi, che nasce dalle stesse uve ma viene invecchiato in botti di rovere e barriques e da il suo meglio dopo 4/5 anni di affinamento. Dagli altoparlanti la voce di una signorina ci avverte che la fiera sta chiudendo e ci invita a raggiungere le uscite, noi schiviamo le sue proposte, saliamo sulla 500 scassata di Edoardo e puntiamo dritti verso sud, verso la nostra vera casa.

Dalla 131 [13] la cantina Il Nuraghe è un silos bianco con una grande scritta e un  grappolo d’uva dipinti sopra. Qua a Verona è uno stand colorato, le bottiglie esposte nella vetrina e una ragazza che ci offre un Puistéris fresco, un Semidano di Mogoro, DOC proprio come noi, coltivato tra le soffici colline della Marmilla dove il sole e il vento salato di Maestrale rendono tutto dolce e tenace. Il Semidano matura per oltre un anno dall’imbottigliamento e diventa un Puistéris giallo paglierino che si accende di riflessi dorati mentre lo giro nel bicchiere, in bocca lascia un sapore delicato, persistente, e profuma di frutta [14], è la giusta nota di chiusura per il nostro tour di vini 2011. Salutiamo i compaesani e con i piedi e le gambe doloranti ci incamminiamo verso l’uscita.

La folla dei visitatori ci trasporta fino ai cancelli, gli autobus arrivano vuoti e ripartono senza neanche uno spazio libero. Le persone si accalcano alla fermata cercando di trovare un posto, noi preferiamo camminare, la stazione non è molto lontana. Ci aspetta una notte di chiacchiere in piazza Bra, una notte svegli in attesa del primo treno, quello delle 4.40 che porterà Antonio e Edoardo a Treviso e quello delle 5.40, che partirà dal binario 7 e mi riporterà a casa con scalo a Milano.



Testo e foto di
Ismaele Marongiu

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Una risposta a “Il Vinitaly raccontato da un mogorese DOC

  1. Grazie Ismaele per il tuo ottimo reportage.
    Ne aspettiamo altri.
    Sicuramente i lettori apprezzeranno e magari qualche altra persona troverà l’ispirazione per scrivere qualcosa da pubblicare su questo sito.

    Mi piace

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